L’alluvione

L’alluvione

di Luigi Fasolin

Nei primi giorni di novembre del ’51 la pioggia cadeva con continuità: non pioveva forte ma incessantemente ed in tutta la pianura padana. Nel Po e nei suoi affluenti, di destra e di sinistra, la massa d’acqua aumentava e muoveva: turbinosa ove incontrava restringimenti, cheta e limacciosa nelle anse e nelle estese golene ove saliva lungo i tronchi dei pioppi e sommergeva i radi e bassi edifici rurali. In ciò nulla di nuovo: i vecchi polesani, che tante ne avevano viste, ben conoscevano le possibili manifestazioni del grande Fiume, in tempo d’autunno. Molti di loro – i più prossimi – lo frequentavano per sostare, in estatica silenziosa contemplazione, sugli alti argini od in prossimità del doppio ponte  – stradale e ferroviario – di Pontelagoscuro, ove aumenta la velocità della corrente per il restringimento dell’alveo e per la presenza dei piloni. Costoro  nutrivano per Il Po una secolare   empatia. 

Nella campagna lo scenario non era dissimile da quello di altri autunni: fossi esondati nelle carreggiate, estesi acquitrini nelle bassane dei campi, scoline e solchi tracimati, terreno fradicio ed impraticabile. Dalla piatta e grigia distesa di terra bruna ed acquitrinosa si ergevano solitari e spogli gli alberi, pur ora utili per indicare i margini, altrimenti non distinguibili, dei fossi. Qualche campo mostrava filari di tenero verde per il germogliare del frumento e dell’aglio.  I verdi germogli pativano per la troppa acqua e, nelle bassane, soffrivano ingiallendo fino a marcire o, sopravvivendo, a produrre poco.  Nulla si muoveva in quella campagna grigia, umida e desolata: né un cacciatore vagante, né un legnaiolo a far legna, né uccelli in transito. Nulla si muoveva nella corte: le galline fradicie si riparavano sotto le conigliere, il cane con sguardo languido sporgeva il muso dalla cuccia, i gatti a dormire nel fienile, i buoi talora muggivano pigri, da lontano. 

Come d’abitudine, in quella stagione, si radunavano, dal primo pomeriggio, attorno al banchetto di scarparo di Gaetano, alcuni vicini: il Bellan, il Ciribin, i due fratelli Reba e qualcun altro. Lì erano al caldo per il vicino camino, lì erano in compagnia, chiacchieravano, si raccontavano l’un l’altro, ridevano. Ora erano lì attenti ad ascoltare il giornale radio delle tre. Da giorni le notizie di apertura di quel giornale riguardavano Lui, il grande Fiume. La radio riferiva che la piena continuava a crescere in corrispondenza dell’immissione delle acque degli affluenti. Concomitanza quindi di piene in tutte le vie d’acqua tributarie. La simultaneità delle piene ebbe un effetto amplificativo su quella che si formava nel grande fiume. La circostanza, non verificatasi in passato,  avrebbe dovuto allertare – come a posteriori riconosciuto  – le istituzioni preposte, in primis il Genio Civile. I nostri ascoltatori, che avevano memoria dell’abnorme rigonfiamento del fiume nel 1926,  mostravano una qualche apprensione per la continuità del fenomeno, stante anche le incerte previsioni sull’arrivo dell’onda di piena. Si immedesimavano compassionevolmente negli  abitanti dei paesi – del medio-alto Polesine e del Mantovano –  confinanti con il fiume. Temevano per le sorti dei beni: animali, stalle, fienili, campi, seminati. Temevano per gli abitanti di sparse casupole ad un piano, ove magari vivevano persone anziane o inabili. Erano, colà, consci delle gravi e prolungate conseguenze del cedimento  dell’argine essendovi: territori, piazze, strade, abitazioni, stalle, ad un livello inferiore a quello dell’alveo del fiume.

Mostra “Manegium” – foto

La radio era l’unico mezzo di comunicazione ma pochi l’avevano. I rari telefoni, ancora  a manovella, erano solo in uffici o in una postazione pubblica, una per paese.  Soccorrevano a questo limite informativo voci di strada che dicevano di esondazioni in atto e dell’insorgere di fontanazzi nelle campagne attigue al fiume. Per la strada avevano incominciato a transitare carri con masserizie ed animali domestici, tra cui grassi maiali. Buoi, cavalli, asini, greggi seguivano quei carri. Quei carri provenivano da paesi che sono oltre il Canalbianco: Polesella, Frassinelle, Canaro. Quei carri avevano attraversato il ponte sul canale, in località Passo di Villamarzana, ed andavano verso Fratta per proseguire oltre. Gli abitanti non abbandonavano le loro case confidando, all’occorrenza, di trovare riparo o ai piani superiori o ospitalità presso vicini o negli edifici del circondario più elevati.

È provato esservi state, nei giorni antecedenti l’evento, sottovalutazioni, disinformazioni, disorganizzazioni, comportamenti non coordinati, diverse sensibilità delle istituzioni locali. Ad esempio: mentre in comuni dell’alto Polesine – Melara, Bergantino, Castelmassa, Calto, Castelnuovo Bariano – la popolazione allertata dai sindaci si attivò in massa – pur priva di mezzi adeguati – alla costruzione di coronelle di sopraelevazione  degli argini, non altrettanto avvenne in comuni del medio Polesine: Canaro, Occhiobello, Polesella.  Si attribuirono poi a pregresse ragioni socio-economiche e politiche   le locali e determinanti difformità comportamentali delle popolazioni.  

Mostra “Il Manegium” – Foto Polesine – Alluvione 14 Novembre 1951
Ore 10 del 15 Nov. – Il tronco di Argine tra le due brecce di Malcantone

Dall’otto al dodici novembre una pioggia intensa cadde ininterrottamente, specie in Piemonte L’onda di piena raggiunse il mantovano senza determinare danni il giorno 13. Nella mattinata del 14 raggiunse il Polesine e qui in più punti le acque tracimarono e, scorrendo oltre l’argine, determinarono l’erosione degli argini. Nella sera del 14 gli argini cedettero e si ebbero, quasi simultaneamente, tre larghe falle: due in località del comune  di Occhiobello, una in località del comune di  Canaro. Complessivamente la falle erano larghe più di settecento metri e divennero foci di travolgenti cascate d’acqua alte circa sette metri, tale era il dislivello. L’immensa massa d’acqua che fuoriusciva proveniva non solo da monte ma pure da valle per effetto del risucchio. La portata complessiva di quelle cascate è stata stimata essere stata pari a cinque volte quella media del fiume. L’ampiezza e la velocità del deflusso furono tali che in poche ore le acque allagarono l’intero territorio dei comuni di Canaro, Polesella, Frassinelle. Alle prime ore del giorno successivo raggiunsero gli argini del Canalbianco e della Fossa di Polesella. L’immane temuta apocalittica catastrofe era in atto.  

Nel pomeriggio del giorno 15 i nostri paesani si ritrovarono nella cucina di Gaetano ben prima del giornale radio; era giunta loro voce di perentoria e generalizzata attivazione degli enti preposti alle acque, alla sicurezza ed all’ordine pubblico: Prefettura, Provincia, Magistrato delle acque, Genio civile.  Nell’attesa delle tre restarono silenziosi e trepidanti.  L’apertura del quel giornale è tragicamente memorabile:” il Po ha rotto”.  Seguirono cronache degli inviati speciali. Quindi il comunicato di un’avvenuta sciagura con vittime certe: un camion, carico di fuggiaschi,  travolto nella notte – che era di fitta nebbia –  dalla furia delle acque che avevano interrotto con irruenza la strada tra Frassinelle ed il Passo. Sempre in quel territorio mezzi anfibi e volontari con barche erano intervenuti per portare in salvo anziani, invalidi, chi aveva cercato salvezza salendo su tetti o aggrappandosi ad un albero.  Tantissimi animali trascinati via dalla furia dell’acqua e morti per annegamento. Ero lì anch’io ad ascoltare quel giornale. Pensai ai morti del camion che nella notte era stato trascinato, come i suoi occupanti, lontano nella campagna dalla  forte corrente.  Era lì anche mamma Rita che senza dire parola andò ad accendere il moccolo di candela che era infilato nella semola del bicchiere che stava sotto l’immagine del Cristo in croce.

 I presenti restarono seri ed ammutoliti.  Nessuno parlava. Riavutisi dallo shock balbettarono seri qualche banale parola di circostanza. Pensavano ai conoscenti che abitavano nel  vasto territorio che è oltre il Canalbianco. Pensavano alla condizione dei fuggiaschi che raccolti da solidali mezzi di soccorso transitavano, ormai con continuità,  per la nostra strada diretti ad ovest.     S’interrogarono su cosa avrebbe potuto succedere lì, a Gognano. Con considerazioni elementari ma convincenti   giunsero alla conclusione che l’acqua del Po a Gognano non sarebbe mai arrivata. Alla medesima conclusione giunsero gli anziani del luogo e con loro Don Cornelio.  Così credettero gli abitanti dei paesi posti a nord del menzionato canale, tra questi quelli del capoluogo Rovigo.

Non si aveva conoscenza della conformazione altimetrica del territorio che andava  dalle “rotte” al mare, non si poteva supporre la reale entità e potenza delle correnti che fuoriuscivano dalle brecce sull’argine.  In ultimo non si supponevano le gravi e bloccanti contrapposizioni tra istituzioni e poteri locali  per umani limiti di insipienza e di litigiosità.  Era opinione comune che l’alluvione avrebbe sommerso vaste aree del territorio ma crescendo di livello avrebbe prodotto esondazioni ed aperto, in successione,  vie di deflusso verso il mare. Il Canalbianco, poi, era canale che rassicurava avendo ampio alveo e robuste sponde, quindi ritenuto un sicuro baluardo.    

Mostra “Il Manegium” – Foto Polesine – Alluvione 14 Nov. 1951
Il cimitero di Paviole – Settimanale “EPOCA” del I Dicembre 1951

Ma non andò come i più, razionalmente, ritenevano.

Tra Polesella e Bosaro esisteva una via d’acqua realizzata dai veneziani, al tempo della bonifica di quelle terre, denominata la Fossa di Polesella. La Fossa era stata pure importante per il commercio consentendo la navigazione – via poi il Canalbianco e l’Adigetto – tra il Po, cui era collegata, e l’Adige.  La Fossa aveva argini sopraelevati che in alcuni tratti raggiungevano i cinque metri sopra la campagna circostante. Essa si sviluppava in direzione sud-nord quindi era trasversale all’espansione dell’alluvione. Già al mattino del giorno quindici, come detto, le acque raggiunsero la base di quegli argini e qui il loro livello ineluttabilmente crebbe.   Si andava così a formare un immenso e crescente lago alluvionale ove l’acqua, non potendo muovere ad est ed nord, ebbe ad espandersi ad ovest tanto  da raggiungere località, quali: Bergantino, Castelmassa, Salara, non prima raggiunte.   Occorreva intervenire con urgenza su quella barriera come da subito, pur consci delle difficoltà tecniche, ebbero ad invocare e sollecitare i responsabili del Genio civile e del Magistrato delle acque. Ignorati furono anche gli insegnamenti storici: nella rotta dell’Adige del 1882 si intervenne proprio su quella Fossa. Vi fu una contrapposizione frontale fra le responsabilità tecniche e la Prefettura, ove era da poco insediato un nuovo Prefetto.   Fermamente e minacciosamente contrari all’operazione “Fossa” furono anche le popolazioni dei Comuni che erano ad est che ne temevano gli effetti ma soprattutto erano fagocitati dalle locali autorità politiche. Queste dissennate ed egoistiche prese di posizioni si nutrivano delle litigiosità di parte – tra rossi e bianchi – che seguirono alla breve pace sociale del primo dopoguerra. Passarono invano i giorni e l’acqua premeva, cresceva ed allagava. Dopo pochi giorni il Canalbianco cedette nei Comuni di Sant’Apollinare, Villamarzana, Adria che divenne un’isola.  Il giorno venti l’acqua raggiunse Rovigo. Insomma l’ineluttabile cedimento di quelle barriere determinò catastrofe su catastrofe.    Solo il 24 novembre, quindi  ben dieci giorni dopo la “rotta”, a seguito della nuova rovinosa espansione dell’alluvione, il Genio aprì con cariche di tritolo brecce sufficientemente ampie su entrambi gli argini della “Fossa”.  

In quei giorni di inanità crebbe, con l’acqua, la preoccupazione delle popolazioni a nord del Canalbianco. Si passò in breve da una motivata speranza ad uno stato di progressivo e generalizzato allarme. Grazie all’impegno di volontari del Comitato Provinciale per l’Emergenza ed all’impiego di mezzi fu possibile evacuare gran parte della popolazione e mettere in sicurezza gli animali trasferendoli nei luoghi più elevati del circondario. Si attivarono nel soccorso e nella prima accoglienza i Comuni dell’alto Polesine e   quelli di oltre Adige.

Da anni le numerose famiglie degli zii – fratelli di mia mamma Piccolo – erano mezzadri a Sant’Elena d’Este nelle terre del conte Miari. Qui era anche la famiglia di un loro cugino e quella di zia Elsa coniugata con agricoltore del luogo. Mamma Rita si offrì di condurre in quel paese le famiglie del vicinato, consapevole che lì avrebbero trovata adeguata sistemazione logistica e solidale accoglienza. E fu così che a Sant’Elena sfollarono, a bordo del provvidenziale vecchio “Dodge”, donne, bambini, giovani e giovanotti. Per tutti era la prima volta di permanenza fuori casa, per quasi tutti la prima volta di un viaggio e dell’andare oltre l’Adige. Su quel camion c’ero anch’io, triste e turbato.    A casa restarono mio padre Gaetano e mio fratello Francesco, già universitario.  Coloro che rimasero era per:  presidiare i beni materiali, badare agli animali, essere di aiuto e di conforto ai più fragili, essere  vigili sull’evolvere degli eventi. Coloro che non avevano beni, ossia i più, vennero raccolti, assistiti, smistati  con le loro famiglie. Ricordo sfollati del vicinato condotti a: Monza, Vicenza, Milano, Alessandria. Chi non partì, pur nella desolante solitudine del luogo, ebbe sollievo dal sapere che l’acqua alluvionale ora cresceva lenta e cheta. Ad ogni buon conto lì v’erano due edifici: la chiesa con annessa canonica ed il palazzon che per la loro collocazione, lievemente sopraelevata sull’intorno, e per l’altezza offrivano sicuro riparo.   Sotto la barchessa e le stalle del palazzon avevano trovato temporaneo ricovero animali del vicinato.    Dopo l’operazione “Fossa” e la mobilitazione a soccorso di tanti, e da tutta l’Italia, la radio dava resoconto dell’estensione e dell’entità dei danni dell’evento catastrofico. Studi successivi appurarono che un tempestivo intervento, sulla “Fossa”, avrebbe dimezzato quei i danni.

Gli zii di Sant’Elena abitavano in edifici di un esteso storico complesso rurale che si sviluppava su tre lati attorno ad un’ampia corte. Lì v’erano le abitazioni, le stalle, i fienili, i porcili, le basse case dei braccianti e dei bovari. Caratterizzava quel complesso una lunga alta barchessa, da cui si accedeva alle abitazioni ed alle stalle. Il quarto lato di quel quadrilatero era formato da un’alta mura in mattoni. Sul fondo v’era l’accesso ai letamai ed ai campi, il  primo dei quali  era un vigneto da lunghi filari che terminavano in prossimità della ferrovia Rovigo-Padova. Per quanto colgo dalla mappa noto che quel complesso esiste ancora, in particolare la barchessa ora convertita in bene di pubblica utilità denominato “barchessa comunale”. Dall’altro lato della via, distante un centinaio di metri era la chiesa con adiacenti locali parrocchiali.

Mostra “Il Manegium” – foto Polesine – Alluvione 14 Novembre 1951
FRATTA POLESINE – Il cimitero Archivio M° A. Azzi

La maggior parte di quelli portati lì trovarono assistenza ed ospitalità nella  parrocchia. Qui tutti andavamo per il pranzo, qui intrattenevano gli ospiti, qui distribuivano: cibo, vestiario, oggetti di cartoleria, libri. I ragazzi in età scolare ebbero tempi per l’insegnamento. Io e mamma alloggiavamo nella casa di zio Agostino. Mio fratello Toni e mia sorella Beatrice trovarono sistemazione, con altri giovani sfollati nelle casette sul fondo ove peraltro vivevano coetanei e vivaci ragazze.  I tanti cugini erano più grandicelli di me eccetto Angelo figlio dello zio Adolfo e Leonardo figlio dello zio Agostino. La contiguità, la gioventù, la peculiarità di quell’esperienza resero quella permanenza forzata una pacchia. Si crearono amicizie nuove e piacevoli, che sempre saranno ricordate con sorridente nostalgia. Noi ragazzi, nel pomeriggio fino all’imbrunire,  giocavamo a tana: in quella corte non mancavano spazi e nascondigli. Ad una cert’ora si andava tutti insieme alla ferrovia per vedere il treno con in testa la nera e sbuffante locomotiva. Salutavamo con le mani ed il macchinista rispondeva con un fumoso sibilo di quell’enorme macchina. In cuor nostro  desideravamo di andare anche noi, lontano, in treno. Le sere le trascorrevamo nella stalla che era luogo ampio e tiepido.  Qui si giocava – specie a tombola con i fagioli – ma ancor più si cantava. Mio zio Carlo aveva un passato da tenore, mio fratello Antonio aveva, pure lui, una  voce tenorile, mia cugina Adriana cantava da soprano e si esibiva in assolo nelle cerimonie.  Gli zii avevano una gran passione per la lirica. Lo zio Carlo si esercitava ancora accompagnandosi al pianoforte e suonando l’organo in chiesa. Nella stalla cantavamo spesso in coro canti e canzoni alla moda in quel tempo. Le mucche parevano gradire quegli insoliti rumorosi ospiti. Non mi dilungo in altri ricordi, dico solo di un caro  dono che ebbi.  Per la tanta generosità  arrivava in quella parrocchia ogni bendidio. Io ricevetti  un pullover di lana smanicato dai colori vivaci disposti a rombo. Si accompagnavano al pullover dei calzettoni con il medesimo disegno. Quel pullover mi piaceva tanto, lo indossai per anni, pareva che mettesse colore alla mia vita.

I tecnici del Magistrato delle Acque poterono ispezionare le zone, ove erano le rotte, solo a partire dal 30 di novembre. Il progetto per la riparazione delle falle e l’attuazione di opere limitrofe a maggior tutela dei territori fu predisposto entro il Natale ed entro l’anno individuate le imprese che sarebbero intervenute. In quel dicembre i Consorzi di Bonifica avviarono il prosciugamento  ed il governo istituì il Commissariato per la Ricostruzione. Già nella primavera del 1952 fu possibile, in alcuni terreni,   procedere alle semine. L’opera di completo assorbimento delle acque terminò nel giugno di quell’anno. Con l’alluvione marcirono i seminati di autunno che lì erano: il grano e l’aglio. Culture tra le più redditizie e la cui perdita significava, anche,  carestia.

Stante i tempi di ripristino e di possibile rientro delle persone, per lo più ospitate in strutture di prima accoglienza,  vennero concordati ulteriori provvedimenti. Non ricordo esattamente quando, forse all’inizio del nuovo anno,  furono attuati trasferimenti in sedi più idonee. E fu così che i bambini di Gognano, raccolti da luoghi diversi, furono condotti in una colonia a Moneglia da dove rientreranno solo nell’estate. Io non fui tra loro. Non volli essere con loro. Anzi volli tornare alla mia casa.

A Gognano l’alluvione arrivò con acque limacciose e lente. Arrivò ovunque eccetto i luoghi più elevati, prima menzionati, e la strada. Luoghi che furono per qualche giorno isole avendo quella strada, sia verso Villamarzana che verso Fratta,  tratti sommersi. Arrivò nella corte, nell’orto, alla casona, in cantina, per poco nella stalla, ma non in casa. Le gabbie con le galline erano state portate nel fienile ove pure liberi correvano i conigli. La cavalla restò nella sua stalla. Il porcile era alto a sufficienza. E poi, è risaputo, all’occorrenza i maiali sanno nuotare. La nostra cagnetta “Roma” aveva abbaiato inquieta ed invano a quell’acqua che avanzava. Ora viveva triste, accucciata in cucina sotto il banchetto da scarparo.   

Mostra “Il Manegium” – foto Polesine – Alluvione 14 Novembre 1951
Occhiobello: La stazione – Settimanale “EPOCA” del I Dicembre 1951

Di tanto in tanto Gaetano veniva, in bicicletta, a farci visita a Sant’Elena per portare qualche bene di utilità e notizie nuove. Dev’esser stata in una di queste circostanze che io fermamente volli tornare con lui a Gognano. Gli zii mi procurarono una bicicletta ed in un mattino di sole e di freddo  partimmo. Percorremmo la strada consueta e più breve – all’incirca venticinque chilometri – che passa per Lusia. Avevo dieci anni, non sentivo la fatica,  mi piaceva andare in bicicletta.  Superate le ultime case di Fratta fummo nello stretto e fangoso passaggio lasciato dall’acqua. Fango formatosi con la terra trascinata dai campi. Oltre la località “Frattesina”, sul lato sinistro, al di là dello scolo, emergevano lembi di terra.   Più avanti pareva di essere in una palude ed ove l’acqua si era ritirata da poco la terra era ricoperta di limo. A casa l’acqua non c’era più in cantina e libera era la striscia della corte vicina alla casa. Ovunque tanta umidità ed i segni dell’alluvione.  Ad accoglierci c’erano Francesco, la cagnetta festosa ed il volo delle faraone. Già perché mia mamma, in quegli anni, allevava galline faraone che solitamente volavano dalle  robinie, all’orto,  alla corte.  Ora il volo, in gruppo, era tra le robinie, il tetto della casona e quello della scuola. Anche per loro la vita era grama. Passati pochi giorni mi inventai un nuovo gioco: il barcaiolo. Con lo scagno capovolto – quello  usato dalla mamma per il bucato allo scolo – e l’aiuto di una pertica incominciai a muovermi sull’acqua  dell’orto. Impratichitemi un po’ osai allontanarmi lungo lo stradone del “nove” passando per varco  della siepe. Avevo un bastone per smuovere l’acqua stagnante ed allontanare detriti e rami.  Non c’erano amici coetanei, ero solo ma non pativo la solitudine. In casa c’era pur sempre la radio, dedicavo tempo a piacevoli letture, andavo in canonica da Don Cornelio che gli aveva preso il vezzo di volermi insegnare la musica con l’armonium. E poi occorreva riprendere il programma scolastico per poter affrontare l’esame di ammissione alla scuola media. Su questo Francesco era pressante ed intransigente. Svolgevo temi, stavo con lui al tavolino ove mi leggeva e commentava – a lungo, molto a lungo – liriche dei suoi poeti preferiti: Leopardi, Foscolo, Alfieri. Senza quelle fraterne costrizioni non sarei andato avanti nella scuola e la mia vita sarebbe stata grama ed infelice.

Mostra “Il Manegium” Polesine – Alluvione 14 Novembre 1951
Pincara – Stalla e fienile Azienda Tarantana dei F.lli Scagnolari

Tornarono parte degli sfollati, s’avvicinava la primavera, sulle scoscese rive dei fossi che affiancavano lo stradone tornarono a fiorire le viole. Nei campi non v’era un filo di verde. Dei seminati di autunno – ossia grano ed aglio – restava una coltre giallognola di marciume. Gaetano, ingegnoso quale era, ebbe un’idea bizzarra dagli esiti incerti. Dagli zii e da piccoli commercianti di sua conoscenza andò alla ricerca di aglio per una tardiva semina primaverile. Pochi altri coltivatori di questo apprezzato ortaggio polesano  lo imitarono. In famiglia tutti si attivarono per la semina giacché – come si sa – l’operazione è laboriosa e delicata. Venne l’estate e con essa la maturazione e la raccolta. L’aglio era prezioso e Gaetano ne aveva da vendere.  Il ricavato fu considerevole e mio padre ebbe a menar vanto per anni di quella redditizia impresa il cui  risultato compensò gli altri danni.

La “rotta del ‘51” è stata la tragedia che più ha segnato la storia del Polesine e che ha mutato i destini di tanti di quei sventurati. In quel tempo erano già in atto, nel Paese, processi di cambiamento socio economico dovuti all’industrializzazione ed alla meccanizzazione in agricoltura. Il Polesine era marginale e tardivo in quei processi ma la forzata migrazione diede modo a tanti, specie braccianti, di trovare altrove più dignitose e gratificanti sistemazioni. Con la meccanizzazione non vi era  più spazio per il bracciantato e per il protrarsi del padronato, che conobbe una crisi irreversibile.  Dei 180 mila sfollati si dice che circa 80 mila non siano più tornati. La migrazione proseguì in tutto il decennio: chi s’era sistemato – quasi tutti, nel triangolo industriale TO-MI-GE – non dimenticava la terra natia e le persone care ivi rimaste tanto da prodigarsi per trovare loro un’opportunità in terra lontana.  D’estate tornavano contenti ed orgogliosi. Andavano a far visite a parenti e conoscenti vogliosi di raccontarsi e di dire del  lavoro, dei loro figli, di quel nuovo mondo. Sarebbe però non veritiero affermare che per tutti i migranti andò bene: ci furono, eccome, sconfitti e reietti.  

 In estate venivano volentieri a far visita a  Gaetano e Rita,  stante remote, solidali,   amichevoli relazioni delle famiglie, ma pure memori dei favori  avuti.  Li ricordo quei migranti e pure ho nostalgia del ritorno di bambine, mie coetanee, divenute,  in breve, graziose signorine. Potrei dire a lungo ma mi limito al ricordo del solo “Pelizzaro”. Era costui uomo dai tratti indimenticabili: cappelli rossicci, viso lentigginoso, mani enormi e callose. Era chiacchierone, era simpatico, attraeva con il suo raccontare, usava un dialetto colorito.  Diversamente dal passato ora vestiva bene. Diceva di sé divenuto provetto e ricercato muratore, diceva dei figli che tutti lavoravano e del luogo ove viveva: un  paesello del vercellese prossimo al lago di Viverone.

Nel novembre 1991, in occasione del quarantennale, si è tenuto a Rovigo un convegno sull’alluvione e sulla storia idrografica del bacino del Po. Gli atti delle varie relazioni sono stati raccolti e pubblicati in un corposo volume “la rotta, il Po, il Polesine” da cui ho tratto utili e fondamentali informazioni qui utilizzate.  

Luigi Fasolin