Direttivo de "Il Manegiun"

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CHI SIAMO

     Tratto da ” Giochi e giocattoli di un tempo”

               di Mario Carlo Prando

Libreria Multimediale

I SETTE QUADERNI DE”IL MANEGIUM”
 
 
I quaderni riportati qui, sono disponibili presso la sede del Manegium a fronte di
un’ offerta libera.
(qui è possibile vederne le prefazioni).
 

I video del Manegium

    Eventi

Eventi 2019 – 2020

Giorgio Affabris e…

 

Locandine dal 2005 ad oggi….

Mutamenti del paesaggio

Mostra dei fiori pressati

Serata Wigman

“IL MANEGIUM” cena sociale 2018

Le “Meridiane ” al Manegium

Ricordando Carlo Mario Prando

Boniolo Luca – ritrattista

A:

          Presidente de “Il MANEGIUM”

         M.O. Adriano Azzi

         Sindaco di Villamarzana

         Sig. Claudio Vittorino Gabrielli     

Ho ricevuto da un caro amico e cugino il quaderno 6/7 de IL MANEGIUM. E’ un dono graditissimo, stupefacente. Ne trarrò piacere e giovamento.

Sono nato nel 1941 nel borgo di Gognano e lì sono cresciuto e formato. Ho frequentato le elementari tra Gognano e Fratta (maestro Corsi quindi la maestra Milani in Romanato per l’esame di ammissione alla scuola media). Ricordo tante persone, qui mi limito a citare i Sigg. Boniotti, temuti e riveriti padroni di tanta terra di Gognano, e quel Don Cornelio Pavarin, parroco, di cui sono stato chierichetto – cotante si usa dire lì – battitore con coetanei di campi di mais per stanare le lepri, diligente assistente quando a lungo si appostava per il tiro, con carabina, ai beccafichi nell’incurato orto frutteto dei Rigolin, alle Quore. A ciò che avete scritto di lui aggiungo che era uomo frugale, provvidenziale, ospitale, di abitudini notturne, amante dei canarini che allevava liberi in un alto stanzone, cacciatore dalla mira formidabile. Ho pure memoria delle sorelle Boniotti, di me più grandi e vostre benefattrici, per aver avuto per otto anni le medesime frequentazioni: il treno a vapore per Rovigo, la stazione di Fratta, lo stallo per le biciclette, la strada che porta alla stazione. Il palazzo, oggi vostra sede, era ove io svoltavo per imboccare la scorciatoia – uno stretto sentiero in terra battuta ed erba che affiancava lo scolo Valdentro – che sbucava in prossimità della chiesa ove riprendevo la strada per Gognano, ora via San Giorgio.

Ho memoria di com’erano allora i luoghi oggetto della ricerca: la demolita chiesetta di San Biagio con squillante campanella, il “palazzon” – oggi villa Boniotti  Cagnoni – con famiglie e animali che lì risiedevano, il vecchio ponte ove c’incontravamo, la chiesa e quanto era lì tutt’attorno.

Ho lasciato Gognano dopo la laurea ma ho continuato a mantenere rapporti ed a nutrire sentimenti per persone e per tradizioni.

I miei cari sono per lo più nel bianco e solitario cimitero di Villamarzana, ora oltraggiato dalla Transpolesana.

 Sono curioso, capace di stupirmi e di gustare la cultura. Sì che in tarda età mi ha preso pure il diletto di fissare sulla carta “con penna di vecchio ed occhi di bambino” frammenti di vita lontana.  Ma la memoria è labile ed insicura. Ed allora capite bene quanto provvidenziali siano testimonianze ed opere quali quelle elaborate del vostro sodalizio.  Del luogo del cuore e di fede accuratamente e sapientemente presentato dalla prof.ssa Altafini vi allego un mio breve frammento.

All’inizio ho definito il dono stupefacente, provo a dire il perché.

Che nell’anno 2000 due nobili famiglie decidano di fare donazione di storico palazzo, sia pure un po’ malandato, ad un gruppo di volontari che fanno ricerca, cultura ed archeologia è notizia stupefacente e, per i tempi, decisamente controtendenza. Riconosco nei donanti e nei beneficiari una sana lungimirante follia. Cultura è conoscere e conoscersi, atti propedeutici alla condivisione, alla solidarietà, alla compassione, alla bellezza.

Rinnovo la mia gratitudine all’amico, che pure mi ha amorevolmente e concretamente sostenuto in penose e lunghe incombenze, per quest’ultimo dono.

Trasmetto anche all’Amministrazione di Villamarzana questa email per manifestare  sentimenti di riconoscenza per l’adesione all’iniziativa, per la sponsorizzazione, per la distribuzione alle famiglie del “QUADERNO”.  Mi compiaccio con gli autori per l’accuratezza delle ricerche, la gradevolezza dei testi, la qualità grafica. Insomma il “QUADERNO” è opera pregevole e meritoria sotto tutti i profili.

Auguro ai componenti del “MANEGIUM” di conservare il coraggio testimoniato dal percorso compiuto, di crescere in numero, di ricevere nuove attestazioni di apprezzamento e di sostegno per il loro sapiente e generoso impegno. Confidando di poter far visita al museo etnografico mi avvalgo per ora delle immagini e dei testi del vostro gradevole sito.

Con riconoscenza e stima cordialmente vi saluto

                                                                 28 Febraio 2019                                                                                      Luigi Fasolin

TESTIMONIANZE

Il Santo Patrono

Se mi nominano la chiesa di Gognano mi viene per primo San Bartolomeo.  Ciò accade non tanto per la sua dedicazione a questo santo apostolo quanto, ritengo, per essere stati impressi nella memoria mia prima i panegirici che, nella messa solenne del 24 agosto – concelebrata e cantata in latino –  teneva Don Pelegatti invitato allo scopo dal parroco Don Cornelio. Don Pelegatti era un omone dalla voce possente e suadente, dall’oratoria ammaliante, dalla gestualità teatrale ma controllata. Svolgeva il panegirico alla stregua di un attore che recita un monologo e che sa bene come suscitare emozioni, turbamenti, risa. Sapeva usare ad arte la mimica del volto di per sé memorabile per i lineamenti irregolari e vagamente somiglianti a quelli di Fernandel nei film del Don Camillo. 

Don Pelegatti teneva il suo sermone dall’alto del pulpito che è sul lato sinistro della navata.  Per l’iconografia della sua narrazione si avvaleva: di statua posta al centro della cappella dirimpetto al pulpito ove Bartolomeo è rappresentato come figura nobile ed austera, dalla barba canuta, dagli occhi penetranti, dalla lunga veste rosa pallido; del dipinto che è sulla volta della chiesa ove due loschi, satanici, spaventosi figuri hanno già dato inizio al martirio per scuoiamento dell’apostolo legato a tronco reciso da cui spuntano due piccoli verdi polloni.

In quel giorno di ricorrenza del Santo Patrono la chiesa era affollata – come a Natale – da tutti gli abitanti ed anche da qualche parente forestiero. Come da sempre nella parte anteriore della navata stavano su sedie gli uomini, il cui accesso era da porta laterale, nella parte posteriore stavano le donne sui banchi con inginocchiatoio. In mezzo su panche, che fungevano pure da divisorio tra donne e uomini, stavano i bambini: sul lato sinistro, proprio sotto il pulpito, i maschietti, sul lato destro le femminucce. Per tutti l’attenzione era massima e lo sguardo, guidato dall’oratore, muoveva nell’alto volgendo: o al pulpito, o al san Bartolomeo della cappella, o al soffitto del martiri           Per quel che ho scoperto, anni dopo, dell’apostolo Bartolomeo, in ebraico Natanaele che significa “dono di Dio”, si dice poco nei Vangeli e quel poco è in quello di San Giovanni ed è riferito all’annuncio entusiastico dell’amico Filippo a lui che è seduto sotto un fico, al diffidente scetticismo dell’uomo concreto e ragionatore, al suo incontro con Gesù con cui dialoga e di cui in un baleno diventa fervente seguace.  Gli dice Filippo: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù figlio di Giuseppe di Nazareth”. Bartolomeo gli risponde con la nota sprezzante battuta: “Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?”.  Del suo incontro con Gesù esclama:” Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità”.

E così al via alla vendita, furbescamente dilazionata più volte, molti si precipitavano al banco reclamando la propria pozione, alcuni ne confermavano fragorosamente i benefici avendoli già sperimentati nel passato.

Il Don Pelegatti svolgeva una sua prolissa esegesi dello scarno testo evangelico. In particolare lodava l’uomo ed encomiava l’adesione al Cristo Gesù, fin dal primo incontro.  Ma Don Pelegatti sapeva andare oltre e più lontano. Così elaborando fantasiosamente in proprio fonti della tradizione lo dice testimone coraggioso in terre esotiche e perfide, di cui traccia pennellate su paesaggi, animali, abitanti ed usanze. Ma è nel martirio che il panegirico tocca il suo apice, muta di tono, diventa racconto drammatico della barbarie e della malvagità umana.  I fedeli rabbrividiscono, restano attoniti, fissano il soffitto, sentono sulla pelle la lama tagliente, provano pietà per quel santo martire. La parola e l’immagine divengono un unicum che ti entra dentro per sempre ed è il San Bartolomeo che affiora in te ad un minimo cenno a quel luogo.            L’organo emette un suono sommesso e greve, il coro intona: “Credo in unum Deum…”. Più avanti l’organo e il coro tacciono, ora s’ode la sola voce del solista che canta il mistero: “et incarnatus est de Spiritu Sancto”.  Tutti s’inginocchiano e chinano il capo, persino i più piccoli ed inquieti si chetano ed imitano i grandi. Sono momenti di commossa devozione e surreale partecipazione fino al liberatorio e consolatorio “et resurrexit tertia die, secundum Scripturas” che rimette tutti in piedi. Dopo quel   panegirico il “Credo” è provvidenziale: dona sollievo, distoglie la mente dalle efferatezze del martirio, ripone al centro il Cristo e non più il Santo Patrono. 

La messa prosegue, tra i profumi dell’incenso e i fumi dei ceri dei confratelli dalla rossa mantella, secondo i riti, i gesti e i canti delle solennità.   

Ora si aprono le porte, entra la luce abbagliante d’agosto, la gente esce ordinata e silenziosa, le note dell’organo vanno libere e possenti. Il loro gagliardo suono di festa giunge sino alle verzure degli orti e dei vigneti che sono lì attorno. La gente s’intrattiene allegra, ciarliera e scherzosa in piccoli capannelli. I bimbi si rincorrono tra i marmorei paracarri che separano il sagrato dalla strada. Tutti sono ben disposti e si sentono meglio dentro.

 Il lauto pranzo con libagione celebrerà anche questa festa di San Bartolomeo. Anche Don Pelegatti è atteso in canonica al desco imbandito dalla Isa, perpetua e sorella di Don Cornelio. Lo attendono le gradite vivande di circostanza: minestra di fagioli con pasta mal tagliata fatta in casa, succosa bondola con polenta, bottiglia di raboso d’annata, torta margherita, caffè corretto all’anice.                          

                                                             (18 Ottobre 2018)                                                                                       Luigi Fasolin

TESTIMONIANZE

La sagra

Le sagre di paese, si sa,  ricorrono nei giorni in cui è anche la festa del  santo patrono cui è dedicata la  chiesa parrocchiale.    Le sagre di paese sono occasioni di convivialità e di divertimento.  Gognano  aveva, ed  ha, il suo patrono in  san Bartolomeo la cui festività è il 24 agosto. Ma  qui non c’era la sagra :  il borgo era piccolo, la festa era in chiesa e nelle case ove si soleva invitare i parenti  per il  pranzo con  cappelletti in brodo,  bondola con polenta, caraffa di raboso.

La sagra  grande di Fratta ricorre il 29 giugno per la festa dei Santi Pietro e Paolo; quella di Villamarzana ricorre il 28 agosto per Sant’Agostino. Muovendo da incerti ricordi ho motivo di ritenere che la prima cui mi portò Gaetano sia stata quella di Fratta. Andavamo in bicicletta: io, seduto sul bastone cui era legato  un cuscino per non patire male al sedere, Gaetano a pedalare. Si andava per la  polverosa e dritta  via Matteotti e,   oltre alla chiesa,  per via Guanella,  che finiva nella piazza grande, piazza Giacomo Matteotti.  Qui, nell’angolo  confinante con la  mura della casa della Provvidenza,  vi era sulla destra un  portone per il passaggio ad una corte. In un lato di questa vi era lo stallo ove depositare la bicicletta e, sul fondo,  l’ingresso ad una sala  per il ballo ma pure, nel dopoguerra, per il cinema. Lo stallo ed il cinema erano di  Brancaleon.    Quel luogo suscitava curiosità ed infantili fantasticherie per essere appese, lungo il passaggio e di lato al portone, locandine di film. Non ero capace di leggere le scritte (a richiesta provvedeva il papà) ma i disegni ed i personaggi raffigurati incuriosivano e muovevano la fantasia. Erano finestre sul mondo, evocavano eventi tragici rappresentavano  sentimenti.  Il cinema  che ho più avanti frequentato   nei pomeriggi della domenica,  mi ha certamente arricchito in conoscenza e donato evasioni e sogni ad occhi aperti. Quel cinema mi è rimasto dentro.

Fuori da quel passaggio si era in angolo della  piazza.    Qui: le luci, i suoni, il frastuono, la calca, la spensieratezza della fiera. Al centro del piazzale  tre giostre: la calcinculo, l’autopista, quella dei cavallini.   Alle fiere andavano soprattutto  uomini in età matura, giovanotti, giovincelli, ragazzini. Le donne davvero poche: in quei tempi non era per loro, specie se giovani,  decoroso frequentare le fiere. I bambini c’erano ma mediamente più grandicelli di quelli che si possono incontrare oggi in queste occasioni.   

Quanto vado a raccontare è quanto è rimasto in me dalla partecipazione con mio padre alle fiere di Fratta. I ricordi hanno qualche vuoto ma sono del tutto verosimili.   Sulla destra della piazza, lungo le case, una sequela di piccole, ordinate e colorate bancarelle:  frutta secca,  dolciumi,  giocattoli,  bambole e bambolotti con la testa di gesso ed il corpo di stoffa imbottita.  Gaetano iniziava con un cartoccio di brustoline (semi di zucca) tostate e salate a dovere. Io desideravo  arrivare ai giocattoli: lo tiravo per la giacca perché sapevo essere facile a distrarsi ed a  chiacchierare a lungo, quasi dimentico di me.  I giocattoli di allora erano semplici ed artigianali,  fatti  con:  legno,   lata,  cartapesta,  cartone,  terracotta,  gomma. La plastica non esisteva.  Erano di legno e cartapesta i miei prediletti ed indimenticati cavallini. Erano di legno: i pisoni (le trottole, con cui si faceva a gara),  con  in punta la testa di un chiodo; le crepitanti  racole (fatte ruotare energicamente nella processione del venerdì santo tanto da formare un concerto itinerante).  Erano di lata sagomata e dipinta le macchinine e le moto. Le più costose erano dotate di susta ossia del meccanismo a molla che dopo la carica consentiva loro di correre qualche metro,  se il pavimento era liscio. Erano di gomma spessa ed elastica le bianche palle. Erano di terracotta: i salvadanai, le ocarine, gli zufoli.  Appese nell’alto della bancherella stavano girandole di celluloide di varia dimensione, innocui fucili, carrettini, fionde. In basso sacchetti di palline di terracotta e di  biglie di vetro: quelle più grosse verdognole, quelle più piccole striate di vari colori.  Mentre Gaetano gustava le  brustoline o salutava burlescamente  qualcuno, io muovevo  silenzioso attorno a quella bancherella attratto ed incantato.  Mi bastava guardare;  talvolta pure toccavo ed il buon uomo del venditore mi lasciava fare e mi volgeva un sorriso. Attorno a me altri bimbi con cui ci si scambiava timidi sguardi e attenzioni, ma non parole. Dopo aver girato e rigirato attorno a quei balocchi,  avuta la promessa che più tardi  mi avrebbe comprato una girandola, si andava avanti. In fondo alla fila soleva sostare il biroccio triciclo  del venditore di granite. Nel cassone, istoriato con colorati ghirigori ed un ridente faccione di clown, teneva, avvolti in spessi sacchi  di iuta,  lunghi prismi di ghiaccio. Sul pianale giacevano, pur essi avvolti,  pezzi frantumati  pronti per essere tritati da macina a manovella, simile alla macchina con cui  la Rita preparava la conserva ma di questa più grande e pesante.  Infilate in supporto di legno stavano bottiglie colorate dei sciroppi: menta, tamarindo mandorla, limone, arancio. Attorno qualche mosca. Sul manubrio una trombetta a pompa che veniva azionata per richiamo. Gaetano ordinò per me  una granita al tamarindo e subito la manovella si mise in moto e la macina a sputare nel bicchiere ghiaccio trito . Nel frattempo mi ero seduto sulla panca ed il buon uomo, in breve,  mi servì un bicchiere stracolmo di granita colorata di marrone ed un cucchiaino. Nell’allontanarsi notai  che quell’uomo gentile e premuroso zoppicava non poco. Mentre lentamente gustavo la fredda leccornia   finivo per essere  attratto dalla verde grossa corona, con palline dorate e nastro tricolore  posata  sotto un  busto nella facciata di quel palazzetto d’angolo. Il fatto è che in famiglia e tra i vicini avevo sentito parlare e discutere, anche animatamente,   dell’uomo rappresentato in quel  busto. Ora   Gaetano mi spiegava che quella  corona era deposta lì da  poche settimane per l’anniversario (10 giugno) dell’assassinio dell’uomo del busto:  Giacomo Matteotti. Per lui, sin da piccolo ho provato ammirazione e pietà, per i suoi vili assassini risentimento ed avversione.    Ancora  seduto sulla panca, giunto quasi al fondo del bicchiere,  Gaetano si allontanò per scendere nel bar lì sotto e prendersi una  gazzosa; si sa:  le brustoline fanno venir sete e, a fine giugno, la calura  è già greve.

Lungo il  lato della piazza che affianca lo Scortico, sistemate tra le giovani e curate robinie del bordo riva, semplici e  giocose attrazioni: il tiro a segno,  il tiro al castello dei  bussolotti di lata con palle di pezza riempite di semola, il banco dei pesciolini rossi,  l’asse per la prova d’abilità nel piantare chiodi con il martello, la struttura metallica del binario ove lanciare a spinta di braccio un pesante carrello per la prova di forza. Invitavano a misurarsi nei giochi appariscenti e sorridenti signorine con la promessa,  condizionata, di premi che erano poi oggetti di poco conto: la boccettina di liquore, la bambolina, lo specchietto rotondo, la scimmietta di pezza, il pettinino. In questo tratto di luna park noi si sostava divertiti ad osservare i comportamenti dei gareggianti,  spavaldi ed esaltati giovanotti o ingenui creduloni, e le burlesche scenette che lì avvenivano, complice una contagiosa euforia da festa, cui non poco contribuiva il personaggio di cui vado a dire.

Piazzato tra le suddette attrazioni, in alto su una pedana, vestito di scuro con tuba e vistoso papillon, stava un provetto imbonitore, conoscitore delle altrui debolezze, dotato di  collaudata psicologia di strada. Costui, con alle spalle colorati pannelli illustrativi contenenti ingialliti  spezzoni di giornale e con  davanti un alto  banco di legno con  sopra: boccette,  vasetti, scatoline, cristalli di  minerali,  intratteneva i passanti illustrando le proprietà taumaturgiche dei suoi rimedi. Nel gesticolare  si avvaleva di  bacchetta di bambù che con disinvoltura agitava sia per  batterla sul legno onde richiamare l’attenzione,  sia per indicare nei pannelli animali e piante esotiche da cui i rimedi sarebbero stati ottenuti, sia per puntarla maliziosamente  a qualcuno dei presenti per coinvolgerlo. Le persone sostavano volentieri:  divertiti dall’esibizione,  attratti dalle promesse in quanto  generalmente affetti dai  malanni lì evocati: calli, artriti, pruriti, tosse, punture d’insetti ed altro ancora.

Negli uditori saliva il convincimento nei benefici dichiarati, si confabulava l’un l’altro dei propri patimenti, ci si incoraggiava all’acquisto. E così al via alla vendita,  furbescamente dilazionata più volte, molti si precipitavano al banco reclamando la propria pozione,  alcuni ne confermavano fragorosamente i benefici avendoli già sperimentati nel passato.  Attorno al banco si creava un po’ di ressa: mani protese, grida, spintarelle  anche intenzionalmente cercate, qualche irrepetibile imprecazione, raramente litigiosità.   Gaetano  era lì avanti per approvvigionarsi di vasetto di pomata per i calli, che gli affliggevano  i piedi in inverno. 

 Questi imbonitori di strada erano presenti in quasi tutte le fiere importanti. Le loro proposte estese anche ad altri generi di merci: utensili, lamette, penne, pentole, stoviglie, tagliavetri, biancheria. Erano dei ciarlatani ma pure degli attori abili e convincenti che la gente  piacevolmente ascoltava. Erano capaci di suscitare ilarità e coinvolgimento. Si avvalevano di complici occultati tra gli uditori  che fungevano da spalla e che, per primi,  si precipitavano al banco per l’acquisto  elogiando ad alta voce le virtù del prodotto che asserivano avere già sperimentato.  Tra il pubblico, purtroppo, si celavano anche miserevoli malandrini pronti a trarre profitto dall’ingenuità e dalla distrazione di taluno. E fu il caso di un vicino di casa  ( è bene non fare nomi  e sia  pace all’anima sua) che,  al ritorno,  mostrò orgoglioso alla moglie, traendolo dalla tasca della giacca,  la boccettina di  unguento anti prurito di cui la buona donna tremendamente soffriva,  salvo subito realizzare che nella tasca posteriore dei pantaloni non c’era più il portafoglio. Alle fiere avvenivano  anche tali  misfatti.    Una volta capitò pure a Gaetano.

Delle argomentazioni dell’imbonitore non capivo nulla e comunque quell’uomo nero vestito la tirava troppo per le lunghe e non mi piaceva . Vicino al papà, stretto tra le persone, mi annoiavo. La mia attenzione si destava  solo quando la bacchetta puntava   al pannello degli animali: vipere, serpente avvolto ad un tronco, grosso pipistrello, scimmiette tra le fronde, variopinto pappagallo .

Ci incamminammo verso la giostra dei cavallini, sul lato della piazza, verso Cà Pepoli.   Rispetto alle corrispondenti attuali   questa era più grande,  più bella, tutta in legno e cartapesta, poco metallo.  La piattaforma girevole era sopraelevata ed al centro aveva pannelli che alternavano specchi deformanti e pitture floreali. La copertura decorata con fregi ed intarsi. I cavallini, sia per il traino che per il galoppo,  erano ben  grandi, tant’è che accanto ad ognuno vi era una pedana per la salita e di lato una lunga asta cui appendersi in caso di perdita d’equilibrio durante la furiosa eccitazione nel governare, tirando ed abbassando le due manopole poste sul collo,  il dondolio dell’animale. Le carrozze, eleganti e principesche, erano poste verso l’esterno ed abbellite  con volute intarsiate e dipinte. Avevano sportelli girevoli, sedile imbottito, postazione per il cocchiere, una pariglia di cavalli morelli per il traino.  Ancorché ci si potesse accomodare ovunque, sempre avveniva che le bambine entrassero nelle carrozze ed i bimbi salissero in groppa ai  cavalli. Questi non erano tutti uguali: morelli per le carrozze, sauri ed albini per il galoppo. A me piaceva guardare la loro testa: occhi enormi, narici scure e larghe, morso minaccioso, folta criniera. Le code poi erano tutte innaturalmente ricurve ad “esse”. Dall’alto pendevano alcune campanelle messe lì per invitarci a fare  scampanellii. Gaetano mi faceva fare più di un giro ed io ero emozionato, estasiato, divertito.  Nell’andare mi piegavo in avanti, guardavo dritto, stringevo le ginocchia alla stregua di quanto avevo visto fare a mio fratello Toni in groppa al  nostro cavallo. Al termine di ogni giro, come gli altri piccoli cavalieri, mi precipitavo  a cambiare cavallo. Appagato, sudaticcio e stanco giungeva l’ora  di scendere,  di volgere ancora uno sguardo di gratitudine a quelle nobili bestie, di lasciare definitivamente la  giostra. Le altre giostre non mi interessavano, né mai le ho desiderate.

Sulla destra della via che conduceva a Cà Pepoli vi era, ai tempi di cui parlo,  un prato. Lì, nei giorni di fiera si disponevano a semicerchio: carrozzoni, carri, transenne, tavolati dipinti con disegni di acrobati forzuti, di ballerine in tutù,  di animali feroci.  Al centro l’enorme e ampio tendone del circo. L’insieme incuriosiva ed attraeva.  Ci avvicinammo  al capannello di persone lì raccolte. Oltre una staccionata  stava ritto ed immobile un vecchio elefante che  un minuto sorridente pagliaccio stuzzicava invano:  malgrado il suo impegno l’elefante non voleva saperne di mettere la proboscide entro un mastello d’acqua. All’uomo del circo, onde non deludere  i presenti,   non restò che fare quello che meglio gli riusciva, ossia il  pagliaccio. La gente si mise a ridere divertita,   ad incoraggiare, ad applaudire. La bestia dalla testa enorme non lo degnò né di uno sguardo né di un cenno di condivisione con  sventolata delle ampie orecchie.  Ero piccolo per andare al circo, per molti anni lo vidi solo dall’esterno, quando assistetti alle spettacolari attrazioni  ne subii la suggestione ed il fascino.

Nel ritorno alla piazza  Gaetano incontrò una persona conosciuta e  pure a me familiare per essere venuta,  più volte, nella corte. Era “Bramin” (diminutivo di Abramo) il sensale. Uomo magro e piccolo, scuro di carnagione,   sempre in giro con una bicicletta nera dotata di cestello anteriore e porta pacchi dietro, assiduo frequentatore di osterie. Per mestiere costui si impicciava di tutto e di tutti allo scopo primario di   negoziare  affari, imbastire trattative, combinare baratti, raccontare malizie. Viveva delle scarse  provvigioni e delle  generosità della gente che incontrava nel  suo peregrinare per corti. I due si misero a parlare e continuarono a farlo per un tempo che a me parve lunghissimo. A loro si unì un altro passante, pur esso  di buona lingua.  La tirarono per le lunghe ben oltre la mia riconosciuta pazienza. Tirai più volte il lembo della giacca: mi spazientii,  mi sedetti sul cordolo che delimitava il piazzale. Questo era il risvolto penoso  del godere con Gaetano delle fiere.   

Ci avviammo verso la  bancarella di dolciumi che era di lato alla pesa pubblica della piazza. Qui Gaetano, con il pensiero  alla Rita ed a chi era a casa,  comprò alcune barrette di croccante, una forma di mandorlato, un sacchetto di mandorle tostate, una stecca di cioccolato ed infine, per me, un bombolone alla crema con sopra tanto  zucchero a velo.  Muovemmo piano piano per la calca e per il lento mio godere di  quella gustosa delizia. Mi imbrattai   di  bianco il naso e la bocca; gocce di crema fuoriuscirono e lesto le raccolsi con il dito. Tornati alla bancarella dei giocattoli il papa mi invitò a guardare alle girandole in alto ed indicargli quella che avrei voluto. Ne scelsi una di medie dimensioni con i colori delle alette di celluloide più vivaci: rosso, giallo, bianco, blu e verde. Ero contento, la guardavo, la tenevo con cura nel breve tratto verso lo stallo.

Era già sera inoltrata quando, oltrepassate le ultime case di Fratta, giungemmo  ove la strada fiancheggia lo scolo. Ero stanco ma  euforico. Mio papa pedalava gagliardo e, in alcuni tratti,  zigzagava onde schivare le buche. La girandola, fissata con il bastoncino nell’attacco del fanale, roteava a dovere  che quasi nel guardarla si sovrapponevano i colori delle alette.  Più sotto il copertone mordeva polvere e ghiaino;   la rotellina della dinamo premuta al copertone girava forte.  Il fanale emetteva una flebile luce; il cinereo chiarore lunare illuminava il paesaggio. La strada pareva più bianca, i cespugli e gli alberi avevano contorni spettrali, al di là dello scolo la distesa delle stoppie si perdeva  nel buio lontano..   

E la bicicletta correva, la girandola roteava. Guardavo il mio giocattolo, guardavo le prime stelle e la luna in alto e quella riflessa nella  scura  acqua dello scolo. 

                                                                              (Ottobre 2019)                                                                                                                    Luigi fasolin                          

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